DIRITTO IN RACCOLTA FIRME Legge di iniziativa popolare (art. 71 Costituzione)

"NOEMI DURINI"

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Apertura

3 marzo 2026

Scadenza

3 settembre 2026

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Nota bene: le firme visualizzate qui si riferiscono esclusivamente a quelle raccolte online; il quorum finale si raggiunge sommando queste a quelle tradizionali. Qui sono aggiornate una volta al giorno.

Descrizione

La presente proposta di legge di iniziativa popolare, ex art. 71, secondo comma, della Costituzione, intende dare voce a tantissimi cittadini ormai esasperati, sconfortati e stanchi di un Sistema che tutela gli assassini e non le vittime di femminicidio. Assistiamo ad una INGIUSTIZIA nella GIUSTIZIA con assassini che ricevono tutele maggiori di VITTIME e FAMILIARI a cui sono stati strappati i loro cari per SEMPRE. Lo Stato dovrebbe garantire una Giustizia che sia concreta per la sicurezza delle donne e delle famiglie e NON CONCEDERE agli autori di tali fatti criminosi benefici e permessi premio. Ci troviamo di fronte ai familiari delle vittime che vivono il VERO ERGASTOLO del dolore e gli assassini liberi dopo pochi anni, proprio come è accaduto a Lucio Marzo che ha iniziato a beneficiare di permessi "premio" a distanza di tre anni dal femminicidio di Noemi e a distanza di un anno dalla sentenza di condanna definitiva. I permessi premio a Lucio Marzo sono stati concessi sulla base di valutazioni considerate positive, ma i fatti hanno raccontato altro. Durante uno di questi permessi, nel 2023, è stato fermato ubriaco alla guida. Permessi concessi anche dopo il rientro positivo ai cannabinoidi o per motivazioni incomprensibili, come la partecipazione alle partite del Cagliari, la frequentazione di una ragazza o il permesso premio per recarsi alle urne per votare nonostante l'interdizione dai pubblici uffici. Una situazione inaccettabile in un paese civile come l'Italia.

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Quesito

La presente proposta di legge di iniziativa popolare, ex art. 71, secondo comma, della Costituzione, intende dare voce a tantissimi cittadini ormai esasperati, sconfortati e stanchi di un Sistema che tutela gli assassini e non le vittime di femminicidio. Assistiamo ad una INGIUSTIZIA nella GIUSTIZIA con assassini che ricevono tutele maggiori di VITTIME e FAMILIARI a cui sono stati strappati i loro cari per SEMPRE. Lo Stato dovrebbe garantire una Giustizia che sia concreta per la sicurezza delle donne e delle famiglie e NON CONCEDERE agli autori di tali fatti criminosi benefici e permessi premio. Ci troviamo di fronte ai familiari delle vittime che vivono il VERO ERGASTOLO del dolore e gli assassini liberi dopo pochi anni, proprio come è accaduto a Lucio Marzo e ad altri lucidi e crudeli assassini, anche minorenni. La domanda che sorge spontanea è se il sistema Giudiziario italiano sia davvero in grado di accertare e verificare se autori di crimini cosi' efferati come un femminicidio, siano davvero meritevoli di tali misure. Con il caso NOEMI DURINI, da cui prende il nome la proposta legislativa, si scopre il

FALLIMENTO DEL SISTEMA GIUDIZIARIO ITALIANO.

In data 13/09/2017, a distanza di dieci giorni dal femminicidio, Lucio Marzo riferiva di aver colpito la giovanissima Noemi Durini con un coltello, la cui lama si era spezzata nella testa della vittima; aggiungeva che, dopo aver spinto Noemi per terra, l’aveva colpita ripetutamente con dei sassi e l’aveva trascinata, ANCORA VIVA, fino ad un muretto a secco, seppellendola sotto alcuni massi nonostante FOSSE CONSAPEVOLE CHE NOEMI RESPIRAVA ANCORA. La morte interveniva, infatti, durante l’azione di seppellimento, mentre Noemi Durini era VIVA E REATTIVA, circostanza che Lucio Marzo dimostrava di conoscere, allorché il 19 ottobre 2017, molto prima del deposito della relazione di consulenza medico legale, dichiarava al padre nel corso di un colloquio in carcere “…io ho messo tutte le pietre ma lei…cercava di muoversi, però c’erano ancora tante pietre che non riusciva a muoversi..quindi è morta direttamente”. Lucio Marzo al momento del fatto era pienamente capace di intendere e di volere e in grado di comprendere il DISVALORE MORALE E SOCIALE della condotta posta in essere, descritta come “così articolata e accorta…studiata sin nei minimi dettagli ed univocamente diretta al conseguimento di

un così grave evento” da essere difficilmente rappresentabile quale “prodotto di un soggetto caratterizzato da compromissioni psicopatologiche delle capacità raziocinanti tali da renderlo, in tutto o anche solo in parte, inidoneo a porsi rispetto al proprio agire come causa razionale e libera e, per altro aspetto, incapace di rappresentarsi, volere e conseguentemente orientare la stessa verso un determinato scopo accettando gli effetti del suo realizzarsi”. LUCIO MARZO “quando uccise Noemi Durini, era capace di intendere; egli ha cioè compreso il disvalore e l’abnormità del gesto commesso, proprio per tale ragione egli ha avuto la rapida e perseverante premura di allontanare da sé ogni possibile sospetto e (anche) dopo la confessione, ha più volte disorientato gli interlocutori verso alterne versioni dei fatti che, per quanto goffe, sono state organizzate secondo rappresentazioni per lui giuridicamente favorevoli…Lucio Marzo durante i fatti ha mantenuto la capacità di valutare la situazione, certamente ne ha colto la negatività morale e giuridica, talché ha agito tentando di celare il corpo della vittima…si evidenzia una capacità di controllo dei propri gesti e di governo del proprio comportamento tale da poterlo definire come espresso e regolato in piena autonomia”. Sussistevano sia l’aggravante della premeditazione, sia quella di aver agito per motivi abietti e futili, in particolare per spirito di sopraffazione determinato dall’incapacità di tollerare la capacità di autodeterminazione della giovane Noemi, sia, infine, quella della CRUDELTÀ, in ragione della lenta morte volontariamente inflitta alla vittima, prima accoltellata e poi aggredita a colpi di pietra mentre giaceva per terra, quindi

trascinata e SEPOLTA VIVA sotto un cumulo di massi reperiti sul posto mentre era ancora in vita. LUCIO MARZO UN LUCIDO E CRUDELE ASSASSINO. Ma grazie all'indulgenza degli educatori e di un Magistrato di Sorveglianza per i Minorenni, poco attento a valutare la vicenda processuale, Lucio Marzo ha iniziato a beneficiare di permessi premio a distanza di tre anni dall’omicidio di Noemi Durini e a distanza di un anno dalla sentenza definitiva. Benefici,inoltre, concessi ad un soggetto evidentementepericoloso. In data 10/10/2020, a distanza di tre anni dall’omicidio di Noemi Durini e a distanza di un solo anno dalla sentenza di condanna definitiva (2019), a Lucio Marzo veniva concesso il primo permesso premio per recarsi ad una conferenza sul “senso del perdono nella vita”. Lucio Marzo non ha mai chiesto perdono alla famiglia e non ha mai dimostrato alcun pentimento per il fatto commesso, la sua partecipazione ad una conferenza sul perdono rappresenta una beffa non solo per la vittima e i suoi familiari ma per l’Italia intera. Anche il Ministro della Giustizia, con protocollo del 25/10/2024, affermava che “...l’univoco dettato normativo con riferimento ai suddetti limiti temporali ostava in modo ineludibile alla concessione, nelle fattispecie, dei suddetti benefici…” . ALLORA

PERCHE’ SONO STATI CONCESSI?

Mentre i familiari di Noemi Durini continuano a vivere il VERO ERGASTOLO DEL DOLORE, a Lucio Marzo, un assassino condannato a 18 e 8 mesi, venivano concessi permessi premio per recarsi allo stadio a “fare il tifo”. In data 27/10/2021, l’assassino Lucio Marzo si recava allo stadio del Cagliari per tifare Cagliari-Roma, in data 26/11/2021, Cagliari-Salernitana, in data 06/12/2021 Cagliari-Torino, in data 09/04/2022 Cagliari-Juventus, in data 15/05/2022 Cagliari- Inter. In data 24/12/2022 a Lucio Marzo venivano concessi 17 GIORNI di permesso premio da trascorrere presso una pizzeria di Sarroch con pernottamento presso l’abitazione del proprietario. IN DATA 9 GENNAIO 2023 Lucio Marzo rientrava presso IPM di Quartucciu positivo ai cannabinoidi. Il Magistrato di Sorveglianza per i minorenni di Cagliari, invece di interrompere tutti permessi premio e benefici penitenziari, dopo due mesi di “riflessione” (apparente) del Marzo (ritenuto “triste”, se il Marzo e’ triste qualcuno si e’ chiesto come stanno i familiari di Noemi Durini?), in data 17/03/2023, a Lucio Marzo venivano concessi altri 10 giorni di permesso premio da trascorrere presso la stessa pizzeria dalla quale era rientrato positivo ai cannabinoidi. In data 10/08/2023, alle ore 5.15 del mattino, Lucio Marzo veniva fermato UBRIACO ALLA GUIDA DELL’AUTOVETTURA intestata al proprietario della pizzeria. La pattuglia affiancava l’autovettura e intimava nuovamente al conducente di fermarsi; in tale circostanza, Lucio Marzo dapprima simulava l’intenzione di fermarsi e poi accelerava repentinamente dandosi alla fuga creando pericolo e turbativa alla circolazione stradale e proseguiva a velocità sostenuta, sebbene vi fosse la presenza di svariate persone che attraversavano la strada. Che sarebbe successo se Lucio Marzo, in permesso premio, ubriaco al volante avesse investito un pedone? E se

avesse provocato un incidente? E se avesse commesso un omicidio stradale? Chi si sarebbe preso la

responsabilità dell'accaduto? Chi avrebbero dovuto ringraziare i familiari delle persone investite da un assassino in libertà? Lo Stato Italiano?

Nella relazione del 19/06/2023 (solo due mesi prima del gravissimo fatto commesso il 10 agosto

2023), il Direttore dell’IPM di Quartuccio e la Funzionaria Pedagogica, descrivevano il percorso di Lucio Marzo positivo “ ...così come la condotta, corretta nei rapporti con gli operatori e il gruppo dei pari…” A distanza di due mesi da questa relazione positiva, LUCIO MARZO VENIVA FERMATO UBRIACO ALLA GUIDA DI UNA AUTOVETTURA. QUESTO EVIDENZIA IL FATTO che il percorso di 6 anni presso l’istituto penitenziario minorile di Quartuccio è risultato UN FALLIMENTO TOTALE. LUCIO MARZO HA CONTINUATO A NON RISPETTARE LE REGOLE E A DELINQUERE. Ancora più VERGOGNOSI i permessi concessi a Lucio Marzo in data 02-04-06 luglio 2023 e 08- 10-12 Agosto 2023, per “per consolidare la conoscenza di unaragazza conosciuta in ambito lavorativo”. Sconcertante concedere un permesso premio ad un soggetto ancora pericoloso, per frequentare una ragazza a distanza di soli 6 anni dall’omicidio di Noemi Durini. Come e’ possibile che il Magistrato di Sorveglianza dopo la positività aicannabinoidi del 09/01/2023, ha concesso a Lucio Marzo la possibilità di frequentare un’altra ragazza con il rischio per la vita di un’altra donna? In data 25/09/2022 a Lucio Marzo veniva concesso un permesso premio per recarsi a Quartucciu ed

esprimere il proprio voto in occasione delle elezioni politiche per il rinnovo della camera dei deputati e del senato della repubblica. Lucio Marzo era interdetto dai pubblici uffici e non poteva votare. Tutto ciò deve indurre a nuove e più profonde riflessioni non solo sulla legislazione premiale ma

sull’intero sistema carcerario, sulla sua organizzazione, sui mezzi che lo Stato mette a disposizione dei responsabili del settore, sulle capacità concrete degli operatori carcerari a verificare le condizioni per le quali un detenuto può essere ammesso ai benefici che la legge prevede. E c’è poi un aspetto del problema legato a questa multiforme, variegata e delicatissima realtà dei nostri tempi: quello che attiene al principio della certezza della pena. Troppe volte un imputato condannato ad una pena detentiva non indifferente riesce a tornare in libertà dopo pochi anni di carcere. Valgono come esempi il caso di Lucio Marzo, assassino di Noemi Durini, 16 anni, uccisa il 03/09/2017, tornato libero dopo tre anni dall’omicidio per norme troppo garantiste e applicate in modo sbagliato e il caso di Davide Murrone, assassino di Fabiana Luzzi,16 anni, uccisa e bruciata viva il 24/05/2013 anche lui tornato libero dopo tre anni dall’omicidio per norme troppo garantiste . Tutto suscita forte perplessità e grande sfiducia. E’ assurdo concedere premi e “regali” a veri e propri criminali, definiti anche nelle sentenze lucidi assassini, come nel caso di LUCIO MARZO e DAVIDE MURRONE. Sono le vittime e i familiari delle vittime che dovrebbero ricevere tutela, dignità e giustizia. Non è accettabile che un assassino debba ricevere delle tutele quasi maggiori di famiglie ai quali sono stati strappati i loro cari per sempre. Le istituzioni continuano a sottovalutarela pericolosità sociale di certi individui, che si sono macchiati di reati così gravi come un femminicidio, alimentando la falsa speranza di una loro "rieducazione" che non avverrà mai. Il caso di Lucio Marzo è la prova evidente di come il sistema di giustizia minorile e di recupero non funzioni come dovrebbe. Auspichiamo pertanto, a chi si illude di risolvere il problema delle carceri mettendo fuori assassini, di smetterla una volta per tutte di minacciare la sicurezza dei cittadini e di donne.

IL FALLIMENTO DEL SISTEMA RIEDUCATIVO ITALIANO – LE VITTIME UCCISE LA SECONDA VOLTA DALLO STATO

Il problema dell’esecuzione penale a carico dei minori scaturisce dalla mancata adozione di un

ordinamento penitenziario specifico, che presenta una sostanziale divergenza delle finalità del procedimento penale a carico dei minori rispetto a quelle degli adulti. La Legge sull’ordinamento penitenziario, approvata nel 1975 (l. n. 354), non si occupava in modo specifico del tema minorile. L’unica disposizione completamente dedicata era ed è tutt’ora l’articolo 79; si tratta di una norma inserita al capo IV della legge (Disposizioni finali e transitorie), e rubricata “Minori di anni diciotto sottoposti a misure penali. Magistratura di sorveglianza”, che si limitava a estendere l’applicazione dell’ordinamento penitenziario anche ai minori sottoposti a misure penali, “fino a quando non sarà provveduto con apposita legge”. Lo Stato dovrebbe garantire una Giustizia che vada nella direzione di una maggiore tutela e sicurezza per le donne e le famiglie e non garantire agli autori di delitti efferati, quali il femminicidio, benefici e permessi premio. Già la parola “Premio” fa rabbrividire, penso faccia rabbrividire tantissimi Italiani. Quale PREMIO può essere concesso ad un assassino? Siamo ben lontani da quel processo di rieducazione necessario per il reinserimento virtuoso nella comunità; non v’è poi da stupirsi se l’elargizione disinvolta di questi permessi premio, alla luce delle condotte

tenute, susciti l’indignazione delle FAMIGLIE e dell’intera società civile.

FABIANA LUZZI, 16 anni

Una vicenda dai contorni tragici e sconvolgenti quella di Fabiana Luzzi studentessa sedicenne. In data 24 maggio 2013, Davide Murrone, attirava l'ex fidanzata in una trappola dopo averla convinta ad andare con lui in moto in un luogo appartato per parlare della loro storia. Tra i due scoppiava una discussione al culmine della quale il ragazzo colpiva più volte, con un coltello, la sedicenne, lasciandola agonizzante. Dopo circa un'ora tornava sul posto con una tanica di liquido infiammabileche versava addosso a Fabiana dandole fuoco e procurandole una morte atroce. Fabiana era ancora viva. “Ci sentiamo distrutti e abbandonati da uno Stato che non ci tutela e le cui leggi continuano a premiare gli assassini distruggendo ulteriormente le vittime”. Sono intrise di rabbia e amarezza le parole di Mario Luzzi. “Mia figlia bruciata viva”. Anche i genitori di Fabiana Luzzi come i familiari di Noemi Durini, protestano contro i permessi premio concessi all'autore dell'omicidio della figlia. Nel 2016 l'assassino, Davide Murrone, veniva condannato a 18 anni e 7 mesi di reclusione, una pena ridicola in confronto alla gravità di quello che ha fatto ma anche lui, come Lucio Marzo, in permesso premio dopo tre anni dall’omicidio. Tutto questo mette in discussione il significato della parola GIUSTIZIA. UN VERO FALLIMENTO DEL SISTEMA RIEDUCATIVO ITALIANO Rached Oumaima e Chamila Wijesuriya

Chamila è la seconda donna uccisa da Emanuele De Maria. Il De Maria era già stato condannato per omicidio. Era un killer: a Castel Volturno, nel 2016, aveva ucciso a coltellate una 23enne di origine tunisina, Rached Oumaima. Dopo l’omicidio De Maria scappa in Germania e lo catturano, solo due anni dopo, in bassa Sassonia al confine con l’Olanda. La procura chiede 30 anni di carcere, il minimo per un delitto così grave: Rached è morta e sepolta senza seconde opportunità. Ma il giudice di Santa Maria Capua Vetere lo condanna solo a 14 anni e tre mesi di detenzione. Accolte le tesi difensive che, oltre agli sconti del rito abbreviato, gli hanno garantito anche l’esclusione di tutte le aggravanti: nessuna premeditazione, nessun motivo abietto, nessuna crudeltà. Un delitto d’impeto. A novembre del 2023, a sette anni dall’omicidio e dopo solo cinque didetenzione, mentre Rached giace sottoterra, De Maria è già libero di lavorare in un hotel a quattro stelle, intrattenere relazioni, anche sentimentali. Una vita normale mentre Rached resta sempre sepolta sotto un cumulo di terra. Ma possono bastare pochi anni di carcere (come Lucio Marzo e Davide Murrone) per espiare un crimine orribile come un femminicidio? Possono bastare pochi anni per trasformare gli assassini in “detenuti modello”? Può bastare per assicurare alla società la garanzia che chi ha ucciso non lo faccia di nuovo? Oggi, in Italia, dopo la condanna scatta la corsa a “reinserirlo” senza pensare che i familiari delle vittime prima di vedere l’assassino delle figlie in un bar (si pensi a Davide Murrone, assassino di Fabiana Luzzi) o a fare “villeggiatura” in giro per l’Italia ( si pensi a Lucio Marzo, assassino di Noemi Durini), vorrebbero almeno una pena certa dietro le sbarre. Davvero ci venite a dire che il De Maria soddisfaceva tutti i parametri per il permesso premio e la semilibertà? Adesso come lo spiegate alla nuova vittima, Chamila Wijesuriya e alla sua famiglia? UN FALLIMENTO DEL SISTEMA PENITENZIARIO ITALIANO.

MARIA ROSARIA LOPEZ, 17 anni E DONATELLA COLASANTI, 17 anni

Nella storia del pentitismo e dei benefici carcerari ad esso connessi, la vicenda che ha per protagonista Angelo Izzo fa parte di un copione già scritto. Responsabile del massacro del Circeo e con precedenti per violenza sessuale, è tornato ad uccidere, a stuprare, a commettere gli stessi reati per i quali è stato arrestato e poi restituito alla società civile nella errata convinzione che la pena avesse il miracolo della redenzione. Il massacro del Circeo nel 1975 valse ad Izzo una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Maria Rosaria Lopez e per aver torturato Donatella Colasanti. Ma, Izzo, trovò un altro sistema per evitare di finire i suoi giorni in cella. Fallito un tentativo di evasione dal carcere di Latina, si "buttò pentito" come si dice nel gergo dei detenuti e questo provocò, prima ancora che sconti di pena, trasferimenti in prigioni più comode. Donatella Colasanti, la sopravvissuta del massacro del Circeo, si chiedeva, urlando di rabbia, come mai fosse libero. Sono passati cinquant’anni da quel primo ottobre 1975, quando riuscì a sopravvivere al massacro che Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira inflissero a lei e alla sua amica Maria Rosaria Lopez in una villetta del Circeo. Maria Rosaria, 17 anni, non resse alle tremende violenze dei tre "ragazzi bene". Donatella si finse morta e solo così riuscì a salvarsi. Angelo Izzo nel dicembre 2004 ottenne la semilibertà dal carcere di Campobasso e il criminale Izzo ne ha approfittò per fare nuove vittime. Nell’aprile del 2015 uccideva a Ferrazzano, Maria Carmela Linciano (49 anni) e Valentina Maiorano (14 anni), rispettivamente moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita che Izzo aveva conosciuto in carcere a Campobasso. Le due donne venivano legate e soffocate, infine sepolte nel cortile di una villetta a Mirabello Sannitico in provincia di Campobasso, di proprietà di un ex detenuto amico di Izzo. Questo fatto di sangue ha scatenato molte polemiche sulla concessione della semilibertà. UN VERO FALLIMENTO

DEL SISTEMA RIEDUCATIVO ITALIANO

LIDIA MIJKOVIC E GABRIELA SERRANO: UNA MORTE ANNUNCIATA

In data 08/06/2022, a Vicenza, Zlatan Vasiljevic uccideva prima la ex moglie, Lidia Mijkovic, ammazzata a sangue freddo in strada a colpi di pistola, e poi l'attuale compagna, Gabriela Serrano.Un assassino che odiava le donne, un assassino libero di andare in giro con armi da fuoco e granate e pronto a fare una strage. Questo è il ritratto di Zlatan Vasiljevic, un omicida che a sangue freddo ha tolto la vita a due persone nell'arco di poche ore. Zlatan Vasiljevic, nel 2019, veniva arrestato per avere picchiato la moglie. L'ordinanza emessa dal Gip del Tribunale era scaturita dopo la denuncia presentata da Lidia e un lungo elenco di violenze, perpetrate anche davanti ai figli minori. Il giudice elencava alcuni episodi di violenza: a febbraio del 2019, quando Vasiljevic “afferrava per il collo” la moglie, “la spingeva contro il frigorifero della cucina e la minacciava con un coltello” che le infilava in bocca; un mese dopo quando, rientrato ubriaco, l'aveva aggredita a letto stringendole il collo “come per strangolarla” e urlando: “ti uccido, ti cavo gli occhi”; ancora, sempre a marzo, quando le dava un colpo al volto “con violenza tale da farla cadere al suolo”. Vasiljvic nel mese di marzo 2019, veniva sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere, ma in carcere rimaneva poco tempo per l’attenuazione successiva degli arresti domiciliari, del divieto di avvicinamento alla persona offesa e dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tutte misure decadute nel mese di febbraio 2021, quando il killer era tornato in libertà, "riabilitato" dal Tribunale dopo un percorso di recupero attraverso l’associazione “A..” tra il 17 maggio 2019 e il 6 luglio 2020. L'associazione “A..” attestava

l'esito positivo del percorso psicologico rieducativo. E la Corte d'Appello concludeva appunto con la "prognosi favorevole". Anche in questo caso, come nel caso di Lucio Marzo, un percorso rieducativo che si è rivelato UN VERO FALLIMENTO, relazioni da parte di psicologi e psichiatri inadeguate e inattendibili, “prognosi favorevole” per un soggetto ancora pericoloso

per la società. Una tragedia annunciata che lascia orfani due ragazzi di 13 e 16 anni. La

giustizia italiana, ancora una volta, non è riuscita a scongiurare una morte annunciata.

UN

VERO FALLIMENTO DEL SISTEMA RIEDUCATIVO ITALIANO.

CONVENZIONE DI ISTANBUL, NUOVA LEGGE SUL FEMMINICIDIO (L. 181/2025) E

REATI OSTATIVI

Nessuno mette in dubbio l’articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene detentive “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Tale principio andrebbe applicato tenendo conto, soprattutto, di due aspetti spesso trascurati: il primo, il diritto della vittima (o dei suoi familiari) di vedere il criminale scontare una pena realmente commisurata al reato commesso; il secondo, il dovere dello Stato di garantire la sicurezza della società di fronte a chi ha già violato una volta le norme del vivere civile. Soprattutto quando si parla di femminicidi.La Convenzione di Istanbul, ratificata dall'Italia nel 2013 (Legge 77/2013), è il trattato internazionale più completo per combattere la violenza sulle donne e domestica. Essa obbliga gli Stati firmatari a perseguire penalmente i colpevoli e a inasprire le pene, inquadrando la violenza di genere come una violazione dei diritti umani. L'Italia ha adeguato il suo ordinamento introducendo svariate norme, tra cui il "Codice Rosso" e la nuova Legge 181/2025 che ha introdotto il reato autonomo di Femminicidio e sono stati approvati inasprimenti che puntano a pene più severe per il femminicidio, con la configurazione del reato in termini di ergastolo. Gli Stati ratificatori sono legalmente responsabili qualora non garantiscano risposte adeguate ed efficaci al contrasto e alla prevenzione di tale violenza . Oggi lo Stato Italiano è INADEMPIENTE E RESPONSABILE PER VIOLAZIONE DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL. Concedere ad un assassino, socialmente pericoloso, permessi premio a distanza di un

anno dalla sentenza definitiva, significa NON GARANTIRE ALLE VITTIME LA GIUSTA GIUSTIZIA.

La proposta di legge “Noemi Durini” mira a perseguire concretamente gli autori di femminicidio (nel rispetto della Convenzione di Istanbul) e mira ad abolire i permessi premio e benefici penitenziari per chi si macchia di reati efferati come un femminicidio. Il femminicidio deve essere inserito tra i reati OSTATIVI per cui è applicabile l'art. 4-bis ord. pen., rendendo impossibile ottenere benefici penitenziari, anche per chi non ha legami mafiosi. IL REATO DI FEMMINICIDIO COME I REATI DI MAFIA in quanto comportano entrambi la VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI. (Convenzione di Istanbul)

Per i reati Ostativi (Art. 4-bis c.p.) (mafia, terrorismo, violenza sessuale, tratta), infatti,la concessione dei benefici (permessi, semilibertà) è preclusa se il condannato non collabora con la giustizia, a meno che non si dimostri una pericolosità sociale azzerata dopo anni di osservazione scientifica della personalità. Le ragioni poste a fondamento della proposta legislativa “Noemi Durini” riguardano la gravità del crimine, punire, quindi, con la massima severità reati che implicano un profondo disprezzo per la vita e la dignità della donna, inseriti in contesti di violenza strutturale o di genere. Prevenire il fatto delittuoso, impedire che autori di simili reati (spesso già condannati per altri episodi) possano beneficiare di misure alternative alla detenzione, vista la loro intrinseca pericolosità sociale, anche senza legami mafiosi tradizionali. Sfruttare la logica degli ostativi per estendere la preclusione a crimini che, pur non essendo mafiosi, presentano una gravità sociale e un disvalore paragonabili nel contesto della violenza di genere.Il femminicidio non è un reato di associazione mafiosa, ma si deve farlo rientrare nel novero dei reati per cui si applica la stessa disciplina restrittiva sui benefici. MINORI E ALLARME SOCIALE

L’interesse del minore non va assolutamente considerato superiore rispetto all’interesse legato alla tranquillità pubblica, al decoro cittadino, alla sicurezza urbana. Occorre considerare soprattutto la gravità del fatto commesso prima ancora della sua personalità. L’espansione dell’azione punitiva proposta nel decreto Caivano va nella direzione di garantire la GIUSTA GIUSTIZIA alle vittime e di punire severamente chi si macchia di reati efferati come un femminicidio. Nell’ottica del contrasto alla criminalità minorile, ormai sempre più in forte crescita, il Governo ha ritenuto opportuno emanare il Decreto Legge n. 123 del 15/09/2023 recante “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”, con il quale ha provveduto, tra le altre cose, ad un inasprimento della disciplina e della repressione dei fenomeni criminali posti in essere da soggetti minori. Le modifiche in questione sono state inserite nell’ambito dell’opera di riqualificazione del Comune di Caivano (da cui il decreto prende il nome), all’interno della Città Metropolitana di Napoli, visto il galoppante stato di degrado e di abbandono dell’intero centro

urbano e, soprattutto, del suo Parco Verde, diventato tristemente famoso in seguito a numerosi episodi di criminalità minorile legati allo spaccio di droga, alla violenza sessuale, agli omicidi, nonché al fenomeno delle baby gang ormai purtroppo diffuso in molte zone della penisola. L’art.6 del c.d. decreto Caivano rubricato “Disposizioni in materia di contrasto dei reati commessi dai minori”, prevede già un peggioramento della situazione giuridica dell’indagato/imputato minorenne, in particolare prevedendo più ampie restrizioni della sua libertà personale, nonché limiti all’accesso alla sospensione con messa alla prova. Oggi l’accoltellamento avvenuto il 16 gennaio 2026, all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, in cui ha perso la vita Youssef Abanoub, studente diciottenne, fa emergere la richiesta, ricorrente, di risposte sempre più severe sul piano dell’ordine pubblico. Paura e indignazione pubblica per una minaccia grave all’ordine sociale. Il Governo, dopo l’ennesima violenza da parte di giovanissimi, sta preparando un nuovo "pacchetto sicurezza" composto da un Decreto legge e un Disegno di legge che introducono nuove misure su ordine pubblico, immigrazione, criminalità giovanile e manifestazioni. Le nuove norme, insiemealle misure già approvate nel precedente decreto sicurezza, sono severe e riducono in modo sistematico il ruolo del controllo giurisdizionale e comprimendo diritti fondamentali, rappresentando un ulteriore inasprimento dell’approccio legislativo verso la sicurezza e la repressione. Lo Stato deve garantire una Giustizia che sia concreta per la sicurezza delle donne, delle famiglie e dei cittadini e NON CONCEDERE agli autori di fatti criminosi, come un femminicidio, benefici e permessi premio. INACCETTABILE IN UNO STATO CIVILE COME L’ITALIA. Se con il Decreto Caivano e il nuovo pacchetto sicurezza, la linea del Governo va nella direzione di contrastare concretamente la criminalità minorile, a maggior ragione si dovrebbero eliminare i benefici penitenziari e i permessi premio, anche ai minori che si macchiano di reati efferati come un femminicidio